21 Agosto, 2019

Donne di sabbia (Mujeres de arena): il femminicidio di Ciudad Juarez – Messico

Donne di sabbia (Mujeres de arena): il femminicidio di Ciudad Juarez – Messico

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Donne di Sabbia è uno spettacolo di testimonianza e di denuncia sul femminicidio di Ciudad Juarez (Messico). In questa città, dal 1993, sono più di un migliaio le donne barbaramente assassinate e altrettante quelle scomparse solo per il fatto di essere donne e le autorità messicane, a tutti livelli, non fanno nulla per fermare questa ondata di crimini.

La maggioranza delle vittime sono giovani operaie delle maquiladoras, fabbriche di assemblaggio, in un contesto violento quale può essere una città crocevia del narcotraffico come Ciudad Juarez.

Serial killer? Traffico di organi? Prove di ammissione alle bande criminali? Si sono susseguite tante ipotesi ma l’indifferenza e le deboli indagini hanno permesso che il rapimento, lo stupro, l’uccisione delle donne abbiano alla fine un unico responsabile: l’impunità.

Il drammaturgo messicano Humberto Robles ha scritto Mujeres de arena raccogliendo le testimonianze dirette delle vittime attraverso i loro diari o dai racconti dei loro familiari. Donne di sabbia è rappresentato in varie parti del mondo e in Italia è portato in scena dal gruppo omonimo di Torino, con il patrocinio di Amnesty International e la collaborazione di diverse associazioni che lottano contro la violenza alle donne.

Con 70 repliche dal 2006, Donne di sabbia ha coinvolto migliaia di spettatori nel denunciare il dramma del femminicidio che si consuma a Ciudad Juarez.

Oltre alla denuncia, si vuole anche esprimere la solidarietà alle associazioni messicane che si oppongono a questo crimine, fra le altre, Nuestras hijas de regreso a casa la cui co-fondatrice, Marisela Ortiz, è stata insignita della cittadinanza onoraria di Torino nel 2008.

Marisela Ortiz ha inoltre creato il Proyecto Esperanza rivolto agli orfani del femminicidio, figlie/i ma anche sorelle e fratelli piccoli delle vittime che, con laboratori e attività educative, vuole strappare questi giovani alla spirale mortale di questa violenza.

Le denunce e le pressioni internazionali, in testa Amnesty International, hanno portato a qualche forma di intervento, ma il femminicidio non si arresta e, se continua ad accanirsi contro le donne di Ciudad Juarez, colpisce le attiviste dei diritti umani, uccidendole o minacciandole di morte come nel caso di Marisela Ortiz, che ha dovuto abbandonare il Messico per continuare la sua lotta o come nel caso di Norma Andrade (co-fondatrice di Nuestras hijas de regreso a casa e madre di una delle giovani vittime barbaramente assassinate) che ha già subito due attentati.

A Torino si è creato il Tavolo per le Madri di Ciudad Juarez (formato da Amnesty International, Donne di sabbia, Donne in neroSe Non Ora Quando?Sur-Società Umane Resistenti), un osservatorio permanente sul femminicidio di Ciudad Juarez.

Con il Comune di Torino, il Tavolo ha organizzato Zapatos rojos/Scarpe rosse, un progetto di arte pubblica dell’artista messicana Elina Chauvet, curato da Francesca Guerisoli: centinaia di scarpe rosse sono  apparse in Piazza Castello (2 marzo 2013) per ricordare le donne uccise a Ciudad Juarez.                                                                                                                   Il Tavolo per le Madri di Ciudad Juarez ha organizzato a Torino gli incontri con Padre Solalinde (ottobre 2013), il prete messicano che assiste i migranti centroamericani nel tragico cammino verso la frontiera statunitense. Dalle madri delle vittime del femminicidio alle madri dei migranti: il Tavolo ha organizzato, in collaborazione con altre associazioni, la Carovana italiana per i diritti dei migranti, per la dignità e la giustizia (23 novembre – 6 dicembre 2014) in solidarietà con la Caravana de Madres Centroamericanas buscando a sus migrantes desaparecidos.

Ciudad Juarez è una città operaia messicana, sorta in una zona tormentata dalle lotte per il controllo del confine, dal narcotraffico all’emigrazione clandestina verso gli Stati Uniti.              

E’ costellata di maquilladores, stabilimenti a proprietà straniera, spesso americana, e in regime di esenzione fiscale, dove la forza lavoro è impiegata sottocosto e dove non sono rispettati i diritti minimi di tutela della dignità umana.                                                             

La situazione non è certo migliorata con l’applicazione del trattato di libero commercio tra Stati Uniti, Messico e Canada (NAFTA- 1994).                                                                                                                               

In queste fabbriche della disperazione e della morte,  lavorano soprattutto le donne di Juarez, che la mattina prendono gli autobus per recarsi al lavoro, senza sapere se faranno ritorno. A inizio degli anni novanta furono scoperti i cadaveri di centinaia di donne sgozzate, stuprate e trucidate nel deserto, e di altre migliaia fu denunciata la scomparsa. E poi di nuovo agli inizi del nuovo millennio.                                                                                                                                    

Secondo una statistica è considerata la città più pericolosa del mondo, davanti a MiamiCaracas New Orleans.

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